Quando il giornalista non ne può più di sentirsi raccontare balle (era ora)

Sta iniziando a capitare spesso, e iniziamo a tenerne traccia.

Primo caso: Tucker Carlson, di Fox News, distrugge in diretta tv un impostore che millanta di possedere un sito per procurare manifestanti politici a pagamento. La notizia è falsa, il nome stesso dell’ospite è falsa, e il giornalista non vuole sentirne…

Questa è una truffa, la sua società non è reale, il vostro sito web è finto, quello che dite sono bugie e tutto quello che state facendo è uno scherzo. Ma mi permetta di cominciare dall’inizio, dal suo nome: Dom Tullipso, che non è il suo vero nome. È un nome falso, abbiamo fatto delle verifiche tramite fonti della polizia e questo nome non esiste. Quindi cominciamo dalla verità. Mi dica qual è il suo vero nome

IlPost.it

Secondo caso: Kellyanne Conway sta parlando alla trasmissione Meet the Press di NBC difendendo il portavoce della Casa Bianca, Bianca Sean Spicer, che ha portato avanti per Trump un attacco alla stampa dichiarando dati falsi sulla partecipazione all’insediamento del nuovo presidente Usa.
Le bugie diventano “fatti alternativi”, e la risposta di Chuck Todd è questa:

I “fatti alternativi” non sono fatti, sono falsità

IlPost.it

Ancora su M5S e Europa

Qui si crede che un minimo di ideale positivo nel Movimento 5 Stelle ci sia. Insomma, non è tutto da buttare, ma la tragedia è che a muovere questo movimento potenzialmente positivo c’è un comico, Beppe Grillo, che ne sta facendo altro, che non ne ha capito le potenzialità e che lo sfrutta ad uso personale e, paradossalmente, in maniera poco trasparente, poco partecipata, poco onesta.

Per questo continuo ad archiviare qui riflessioni e analisi sulla ridicola farsa della scelta del gruppo di appartenenza del M5S in Parlamento europeo. Qui Ezio Mauro su Repubblica:

Questo evidente pasticcio che parla di democrazia e pratica la teocrazia ha portato al capitombolo europeo con la ribellione dei liberali, convinti che la “cheap politics” di Grillo cozzi con tutto il loro armamentario ideale, visto che loro ne hanno uno, a cui tengono. Segue il ritorno a Canossa da Farage, le condizioni umilianti del leader Ukip per riammetterli in casa dalla porta di servizio, la velocità di Di Maio che un minuto dopo il ritorno nel gruppo antieuropeista si dice pronto a votare contro l’euro, senza nemmeno togliersi il vestito liberale che il movimento aveva indossato da due giorni per l’occasione. Ma la brutta figura davanti all’intera Europa non è ciò che conta davvero. Conta l’anomalia del grillismo, rivelata da questa vicenda. Attenzione, non la diversità, benvenuta in un sistema politico stagnante: ma l’anomalia. In sostanza, la strozzatura di un meccanismo chiuso in sé, che come rivela questa storia non è contendibile, prima e suprema condizione della trasparenza, della libertà e della democrazia. Il resto purtroppo è chiacchiera. Tanto che in Europa basta evocare un minimo di cultura liberale per scioglierla come una bolla di sapone.

 

 

L’ignorante istruito

Anna Momigliano su Rivista Studio parte da un aneddoto sul fisico Alan Sokal che nel 1996 riuscì, con un articolo volutamente farcito di scemenze, a farsi prendere sul serio da accademici e persone con titoli di studio.

Chiunque crede che le leggi della fisica siano mere convenzioni sociali è invitato a provare a trasgredirle dalla finestra del mio appartamento (vivo al ventunesimo piano).

Da qui ci parla di come sia possibile che appunto, anche persone con un grado di istruzione elevato, riescano a essere vittime della c.d. post verità, di come fatichino anche loro a distinguere tra notizie false e notizie vere.

Spesso questa deriva della post-verità viene presentata come una rivolta della “gente comune” nei confronti delle élite, economiche, politiche ma anche intellettuali, perché in fondo cosa sarà mai l’aver studiato? Di recente è diventava virale una vignetta del New Yorker dove dei passeggeri indignati decidevano che era il loro turno di pilotare perché «quei piloti spocchiosi hanno perso il contatto con noi passeggeri comuni». La ragione del successo del cartoon è evidente: risuonava con il clima anti-intellettuale che in America ha portato all’elezione di un candidato in sintonia con l’uomo della strada come Donald Trump e che in Italia sta facendo la fortuna nei sondaggi di un un partito che ha fatto della rivincita dell’uomo comune contro le élite una bandiera (proprio negli stessi giorni in cui il New Yorker pubblicava la vignetta, Grillo proponeva di creare una giuria popolare per stabilire quali siano le bufale giornalistiche: «Cittadini scelti a sorte a cui vengono sottoposti gli articoli dei giornali e i servizi dei telegiornali», con il potere di obbligare i direttori a rimuovere le notizie «dichiarate false» senza possibilità d’appello).

 

 

Libertà è anche non partecipazione

Un interessante pezzo di Claudio Giunta per IL24 Magazine.

Il valore della conversazione su argomenti politici è sopravvalutato: è giusto dire la propria ma anche, ogni tanto, non dirla. D’altronde, nelle pagine di Mill sulla libertà il verbo “ascoltare” ricorre più di “parlare”

L’urbanizzazione e i mass media, osservava Lasch, hanno stravolto il modo in cui si formano il carattere e le opinioni delle persone comuni: da un lato sostituendo quei “luoghi terzi” informali (il bar, il pub, la chiesa, le associazioni di quartiere) che plasmavano la vita della comunità con luoghi spersonalizzanti come il mall o le catene di fast food, o con i non-luoghi della tv; dall’altro subissando queste persone di informazioni per lo più irrilevanti anziché offrire loro «un vigoroso dibattito pubblico». Una proporzione opposta – poche informazioni, molto dibattito – aveva caratterizzato la sfera pubblica americana fino alla fine dell’Ottocento, ed è da allora, secondo Lasch, che inizia «il declino del dibattito politico».

 

 

 

Come élite è diventato il peggior insulto possibile in politica

Parlando ancora di élite, e della loro crisi, c’è questo pezzo di Beverly Gage sul New York Times da leggere, ovviamente dal punto di vista americano.

As an adjective, the word “elite” still conveys something positive, even aspirational: elite athlete, elite model, elite travel services. But as a noun, embodied by actual living people, it has become one of the nastiest epithets in American politics. “Elites have taken all the upside for themselves and pushed the downside to the working- and middle-class Americans,” complains Trump’s adviser Steve Bannon (of Harvard, Goldman Sachs and Hollywood). In this formulation, elites are a destructive, condescending collective, plotting against the beleaguered masses outside their ranks.

L’evoluzione del processo mediatico: il tribunale popolare

Ho già sostenuto, in un pezzo che ho linkato anche qui, come sia in atto una vera e propria trasformazione del sistema giudiziario, di come il processo non abbia più l’obiettivo di stabilire la verità sulla base dei fatti, ma di validare la prima impressione che l’opinione pubblica si è creata sui fatti, o quella che i media hanno avuto per qualche motivo interesse a sostenere.

Vi consiglio di leggere questo pezzo dal blog “la versione di chamberlain”, parla della sparata di Grillo di istituire tribunali popolari.

In fondo, cosa c’è di più democratico e rassicurante di una società in cui tutti sono controllori di tutti, nessuno può nascondere niente e tutti possono essere sottoposti in qualsiasi momento alla fonte battesimale del giudizio del popolo

Le derive della democrazia diretta

Parlare di democrazia diretta eccita molto gli animi di certa gente: sentirsi al centro dell’attenzione, con il potere totalmente disintermediato nelle proprie mani… Tanto felici da non notare le storture e le manipolazioni dei piccoli gruppi che, sorpresa, le decisioni le prendono davvero, nascondendosi dietro al voto popolare online.

L’esempio più recente è la farsa messa in piedi da Grillo per scegliere in che gruppo debba stare il M5S nel Parlamento europeo. La spiegano perfettamente qui, sul blog Libernazione, qui un estratto del post che vi consiglio di leggere:

Sennonché c’è un piccolo intoppo. E cioè che l’ALDE, che non segue i Principi della Democrazia Diretta™ ma funziona secondo i biechi principi della democrazia rappresentativa, non ha un Capo: ha un presidente. Viene fuori che il presidente aveva raggiunto l’intesa col Capo del Movimento per il passaggio all’ALDE, senza decidere sul punto assieme agli altri parlamentari del proprio Gruppo. Molti parlamentari dell’ALDE a questo punto, capendo che i propri elettori sarebbero stati molto scontenti di ricevere il Movimento nel proprio Gruppo, fanno quello che sono pagati per fare e cioè rappresentano i propri elettori opponendosi alla entrata del Movimento, nonostante il loro presidente, non Capo, avesse già una intesa con il Capo del Movimento. Cioè fanno sentire la propria voce per rappresentare i propri elettori anche se questo avrebbe probabilmente scontentato i vertici del proprio Gruppo. Maledetti anarchici!

A questo punto il Movimento per la Democrazia Diretta™ rischia di rimanere senza Gruppo e quindi di perdere peso e finanziamenti all’interno del Parlamento Europeo. A quel punto cosa fa? Essendo il Movimento per la Democrazia Diretta™ uno si aspetterebbe una nuova votazione sul sito del Movimento. Invece no: il Capo fa una telefonata con il presidente della EFDD e si mette d’accordo per ritornare in quel Gruppo, nonostante ne fosse uscito per conflitti non sanabili due giorni prima.

La battaglia politica della CGIL tramite referendum

Oggi abbiamo la decisione della Corte Costituzionale, quindi possiamo mettere insieme tutti i pezzi della storia. Cgil raccoglie 3,3 milioni di firme, tante, per proporre tre referendum abrogativi:

  1. abolizione delle modifiche all’art. 18 dello statuto dei lavoratori introdotte dal c.d. Jobs act di Renzi;
  2. abolizione totale dei voucher, lo strumento per pagare prestazioni di lavoro saltuarie;
  3. reintroduzione di tutele nei confronti dei lavori esternalizzati da società che lavorano in appalto.

L’ordine di presentazione dei quesiti proposti è esattamente quello di interesse: la battaglia più importante della Cgil è sull’art. 18, poi arrivano i voucher, e del terzo quesito immagino che pochi abbiano mai sentito parlare.

I voucher sono uno strumento perfettibile, ma in principio corretto: hanno permesso a moltissimo lavoro prima pagato in nero di emergere.

Lo sfruttamento di lavoro subordinato non regolarizzato attraverso assunzioni a tempo indeterminato si nasconde nelle partite IVA che molti sono costretti ad aprire pur di lavorare, non nei voucher. La dimostrazione arriva anche dal fatto che Cgil questi voucher li usa.

Il problema è che il popolo delle partite IVA la tessera della Cgil non ce l’ha; il popolo delle aziende con la tutela dell’art. 18 invece si.

Difatti le partite IVA non hanno rappresentanza politica o sindacale, e si vede: il loro problema non viene mai nemmeno lontanamente affrontato.

Soltanto i quesiti su voucher e appalti sono stati approvati, perché non è passato quello sull’art. 18? Semplice, e difatti nessuno si è stupito: il referendum abrogativo è uno strumento che permette di annullare una legge, ma non di riscriverla tramite referendum. Il popolo ha solo diritto, votando in numero tale da rispettare il quorum previsto, di abrogare, cancellare parti di legge: riscrivere le norme è compito del potere legislativo, del Parlamento. Il quesito proposto andava a cambiare la normativa.

Questo la Cgil lo sa benissimo, ma non poteva non usare il tema: senza l’art. 18 infatti non avrebbe raccolto 3,3 milioni di firme: tutte queste persone non avrebbero firmato per voucher e appalti.

Ora Camusso continuerà la battaglia sui licenziamenti, dice, in sede di Corte europea. Per i voucher, sui quali senza il trucchetto del quesito inammissibile sull’art. 18 non avrebbe mai raccolto le firme, si va avanti.

Tutto questo denota un ruolo politico del sindacato assolutamente, a mio parere, inappropriato. L’uso politico dello strumento del referendum sta incidendo difatti, come prima ed evidente conseguenza, sulle prospettive di durata della legislatura.

Perché la politica ha bisogno di un’élite

Estremamente interessante, vi consiglio la lettura di questo articolo, qui l’incipit:

La spiegazione migliore della catastrofe del Movimento Cinque Stelle al Comune di Roma ce l’ha data quasi cent’anni fa il grande filosofo spagnolo José Ortega y Gasset.

«È un errore madornale», scriveva Ortega nel 1922, saltare dal fallimento di un’élite alla conclusione che si possa fare del tutto a meno di qualsiasi élite, in virtù magari di «teorie politiche e storiche che presentano come ideale una società esente di aristocrazia». «Poiché questo è positivamente impossibile», concludeva il filosofo, «la nazione accelera la sua parabola di decadenza».

ᔥ Giovanni Orsina, La Stampa, 22/12/2016
Il Post

Il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes 2017

We need the principled press to hold power to account, to call him on the carpet for every outrage. That’s why our founders enshrined the press and its freedoms in the Constitution. So I only ask the famously well-heeled Hollywood Foreign Press and all of us in our community to join me in supporting the Committee to Protect Journalists, because we’re gonna need them going forward, and they’ll need us to safeguard the truth.

The New York Times per la trascrizione completa