Dire “non lo so” non è una bestemmia

Assisto al litigio causato da un errore commesso piuttosto grave, non di quelli risolvibili in poche semplici mosse, potenzialmente dannoso per qualcuno, insomma, un errore che val bene qualche tono acceso.
Per fortuna sono solo spettatrice, e allora assisto con la curiosità di capire come si svolgerà la discussione.

La disputa alla fine è tra due modi di intendere le cause che hanno portato all’errore: da una parte chi ha commesso l’errore che si giustifica dicendo “non potevo sapere“, dall’altra “hai supposto di sapere“. A pensarci bene ci passa di tutto tra queste due visioni.

Non so qualcosa, quindi anche farmi venire un dubbio e controllare è difficile. E allora la colpa magari la suddivido con chi non mi ha formata adeguatamente, con chi ha dato per scontato che io sapessi o potessi sapere. Ma pensare di saperla quella cosa, dedurla, immaginare che sia così e agire di conseguenza: in questo modo è certo che il dubbio si paleserà soltanto davanti agli effetti più evidenti dell’errore commesso. E con chi divido la colpa? L’arroganza nel sapere è solo mia.

Come se ne esce? Probabilmente serve uno sforzo di onestà troppo gravoso per alcuni per ammettere che sì, sono stato superficiale e ho pensato di sapere qualcosa quando in realtà non ho le competenze per affidarmi all’istinto, alla deduzione.

Tutto in questo periodo sembra ridursi alla fine della competenza:

Il punto è che se non ammettiamo i limiti delle nostre conoscenze e non ci fidiamo delle competenze degli altri la cosa non può funzionare. Talvolta abbiamo delle resistenze ad accettarlo perché questo indebolisce il nostro senso di indipendenza e di autonomia. Vogliamo credere di essere capaci di prendere ogni tipo di decisione e ci infastidiamo con chi ci corregge o ci dice che ci sbagliamo o ci dà istruzioni su qualcosa che non capiamo. Questa reazione umana, naturale nei rapporti tra individui, è pericolosa quando diventa una caratteristica diffusa dell’intera società.

L’articolo ovviamente parla di democrazia, di politica, insomma, di temi molto più grandi, ma ho comunque sentito una vicinanza con l’episodio che ho potuto vedere, anche in quel caso troppa fiducia nelle proprie competenze (mancanti) ha generato guai.

La scissione PD: facciamola il prima possibile

Ecco dove ha fallito negli ultimi anni la generazione che ha gestito il “partito” dagli anni Novanta fino al 2013: ha occupato nominalmente l’area sinistra del partito, senza fare una proposta di sinistra che fosse una, producendo solo appelli sempre più costernati a tornare indietro, a fare come prima.
Il loro modello politico si è evoluto dal bradipo a Terminator. Speravano di “disfare” (nel senso del comando “undo” che c’era sui vecchi Mac) Renzi, di tornare indietro nel tempo, cancellarlo come se non fosse mai accaduto.
Peccato che non ci sia solo Renzi: ci sono i milioni di persone che, per convinzione o per disperazione pur di non votare più gli inetti di prima, hanno chiesto una nuova sinistra. E resteranno (resteremo) anche dopo Renzi, con la stessa voglia di prima di una sinistra diversa e più adatta ai tempi, più capace di capire il mondo del 2017 e lavorare per renderlo più giusto.

Il post lungo di Enrico Sola è arrivato, e qui lo si condivide in pieno. Se vi sta a cuore la sorte non dico nemmeno del PD, ma della sinistra in questo paese, dovete leggerlo.

ᔥ Enrico Sola, “Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

E se volete farvi un po’ di sangue amaro, Francesco Costa ha messo insieme le contraddizioni di Bersani e Speranza, più in generale della c.d. minoranza PD.

ᔥ Francesco Costa, “Il fratello gemello di Bersani” e “Vorrei pensarla come Speranza, ma cosa pensa Speranza?

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.

Di suicidio non si dovrebbe nemmeno parlare

E invece ne parliamo come se fosse la cosa più facile del mondo: Michele era un trentenne precario, si è ucciso. Una persona che lo ha conosciuto bene, la sua ex fidanzata, non la pensa così.

Vi scrivo perché voglio che si sappia che Michele non era solo un giovane precario come me e come tanti, e i motivi che lo hanno portato a non esserci più sono quella molteplicità di cose, che era, quelle tante cose che ciascuno di noi è

Due pezzi su questo tema segno qui, dicono una cosa che si tende sempre a dimenticare, forse perché genera pochi click, o perché appunto è complessa, e ormai se non riduciamo tutto all’osso non siamo contenti: la vita delle persone è complicata, non è sintetizzabile nel titolo di un giornale, la morte per suicidio lo è altrettanto, la depressione lo è altrettanto.

↬ Davide Piacenza, su Rivista Studio (da qui la citazione)
↬ Andrea Pomella, su Doppiozero