La scissione PD: facciamola il prima possibile

Ecco dove ha fallito negli ultimi anni la generazione che ha gestito il “partito” dagli anni Novanta fino al 2013: ha occupato nominalmente l’area sinistra del partito, senza fare una proposta di sinistra che fosse una, producendo solo appelli sempre più costernati a tornare indietro, a fare come prima.
Il loro modello politico si è evoluto dal bradipo a Terminator. Speravano di “disfare” (nel senso del comando “undo” che c’era sui vecchi Mac) Renzi, di tornare indietro nel tempo, cancellarlo come se non fosse mai accaduto.
Peccato che non ci sia solo Renzi: ci sono i milioni di persone che, per convinzione o per disperazione pur di non votare più gli inetti di prima, hanno chiesto una nuova sinistra. E resteranno (resteremo) anche dopo Renzi, con la stessa voglia di prima di una sinistra diversa e più adatta ai tempi, più capace di capire il mondo del 2017 e lavorare per renderlo più giusto.

Il post lungo di Enrico Sola è arrivato, e qui lo si condivide in pieno. Se vi sta a cuore la sorte non dico nemmeno del PD, ma della sinistra in questo paese, dovete leggerlo.

ᔥ Enrico Sola, “Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

E se volete farvi un po’ di sangue amaro, Francesco Costa ha messo insieme le contraddizioni di Bersani e Speranza, più in generale della c.d. minoranza PD.

ᔥ Francesco Costa, “Il fratello gemello di Bersani” e “Vorrei pensarla come Speranza, ma cosa pensa Speranza?

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.

Di suicidio non si dovrebbe nemmeno parlare

E invece ne parliamo come se fosse la cosa più facile del mondo: Michele era un trentenne precario, si è ucciso. Una persona che lo ha conosciuto bene, la sua ex fidanzata, non la pensa così.

Vi scrivo perché voglio che si sappia che Michele non era solo un giovane precario come me e come tanti, e i motivi che lo hanno portato a non esserci più sono quella molteplicità di cose, che era, quelle tante cose che ciascuno di noi è

Due pezzi su questo tema segno qui, dicono una cosa che si tende sempre a dimenticare, forse perché genera pochi click, o perché appunto è complessa, e ormai se non riduciamo tutto all’osso non siamo contenti: la vita delle persone è complicata, non è sintetizzabile nel titolo di un giornale, la morte per suicidio lo è altrettanto, la depressione lo è altrettanto.

↬ Davide Piacenza, su Rivista Studio (da qui la citazione)
↬ Andrea Pomella, su Doppiozero