Di pratiche di creazione e diffusione di fake news

Ma attribuire cose false a qualcun altro per usarle strumentalmente è un passo ulteriore di spregevolezza, inganno e viltà, e provo a quindi a mettere in maggiori diffidenze i commentatori o condivisori di Facebook in buona fede, che però commentano e condividono senza neanche avere aperto i link relativi (la settimana scorsa ho discusso su Twitter con persone che mi mostravano una tabella di dati falsificati sull’immigrazione, tabella che aveva scritto in calce “Fonte Ministero dell’Interno”, e che sostenevano che quindi fossero dati del Ministero dell’Interno; per non dire di Di Maio e dei suoi dati).
Se lo facessero scoprirebbero che per esempio questa pagina “M5S news” (seguita da 37mila persone, piena di cose razziste o triviali) pubblica anteprime di articoli giornalistici cambiandone titoli, testo e contenuti, e diffonde fatti e dichiarazioni inventate come se le avessero pubblicate il Corriere, il Giornale, lo Huffington Post, o il Post (Facebook permette di farlo, sulle pagine: e anche questo è assai discutibile).

Luca Sofri, 27/04/2017

Sulla relazione malata tra inquirenti, procure e redazioni giornalistiche

La seconda cosa è che la rivelazione sull’ufficiale Scafarto svela l’eccezionale e acritica dipendenza dell’informazione giornalistica italiana dalle fonti “inquirenti”, ovvero da parti in causa nelle conduzioni delle inchieste, che siano gli uffici dell’accusa o gli organi di polizia a questi legati. La “polpetta avvelenata” di Scafarto (cito ancora Bonini) è stata digerita di buon grado e con appetito: è comprensibile che una fonte “ufficiale” sia presa in grande considerazione dalla cronaca giudiziaria, ma come sappiamo in Italia non esiste nessuna abitudine a indagini giornalistiche accessorie, a una misura di dubbio, a una prudenza scettica. È vero, come indicano con insistenza Bonini e Repubblica, che il primo entusiasta propalatore della versione dell’accusa su Consip è stato il Fatto – e figuriamoci -, ma non mi pare che ci siano stati grandi diffidenze sugli altri giornali: ed è interessante che lo svelamento della falsificazione sia arrivata – nel giorno dei Pulitzer – da un’altra autorità giudiziaria, e non da un’indagine giornalistica. Sarebbe bello pensare che la lezione suggerisca d’ora in poi un atteggiamento meno disciplinato da parte della gran parte dei media nei confronti delle strumentali “rivelazioni” di chi sostiene l’accusa, e generi una riflessione su quante volte gli stessi media si siano fatti strumento di grande duttilità nelle mani di obiettivi non limpidissimi, diciamo.

Luca Sofri (11/04/2017) in merito alle notizie sulle intercettazioni manipolate dell’inchiesta Consip

Il mio voto per un serio decreto concorrenza

“Per la Fondazione Visentini la soluzione sarebbe un patto fiscale, e cioè genitori e nonni, che godono o godranno (forse) delle pensioni più generose, rinunciano a qualcosa per finanziare agevolazioni a chi assume i ragazzi, e le pensioni di domani. Il problema è il solito: ognuno di noi, ognuna delle nostre categorie, delle nostre piccole caste deve mettersi in testa che i diritti acquisiti non esistono. Esistono finché ci sono i soldi, e quando i soldi finiscono diventano patacche, diventano parassitario privilegio, il nostro personalissimo vitalizio. Quelli dei politici, i pochi vitalizi che resistono, rimangono perché la Corte costituzionale (difendendo i propri) li ha definiti così: diritti acquisiti. Ma suona meglio delitti acquisiti.”

Mattia Feltri, La Stampa (23/3/2017)

Questa è la conclusione del Buongiorno di oggi. Parte da una ricerca della Fondazione Visentiti sull’incapacità per i giovani di raggiungere l’indipendenza economica in tempi brevi, dato ovvio se si considerano i tassi di occupazione.

L’argomento è uno di quelli che particolarmente mi sta a cuore, perché faccio parte di quella generazione di 30enni che deve fare i conti con una politica che anni fa non li ha minimamente considerati, e che oggi fatica ancora a trovare soluzioni utili.

Feltri si riferisce in chiusura alla casta dei politici, e come biasimarlo, hanno responsabilità legislativa, quindi colpa, e diritti acquisiti noti a tutti. Il problema è che le caste che dovrebbero fare i conti con la questione dei diritti acquisiti sono tante; una marea di professioni per anni tutelate, garantite, protette da ogni forma di concorrenza che hanno permesso a un sacco di professionisti di costruirsi posizioni che si potrebbero tranquillamente definire di rendita vitalizia.
Per capirci, sono quelle persone che vanno in giro a dire che i ragazzi di oggi non hanno voglia, non sanno costruirsi un futuro come fecero loro ai tempi. Eccoli, sono proprio loro, che con la strenua difesa dei loro diritti acquisiti sono parte del problema.

La resistenza di queste caste (appoggiate spesso da grossi gruppi sindacali o comunque organizzate in forma di lobby) a quella che potrebbe essere non dico una rinuncia totale, ma almeno una revisione dei diritti acquisiti, è una delle cause per cui la crisi nel nostro paese dura di più, ed è il motivo per cui i problemi strutturali italiani non vedono soluzione.
È uno dei motivi per cui i dipendenti vedono i loro stipendi scendere, e in certi settori la concorrenza non esiste. Secondo voi è normale cambiare lavoro per guadagnare meno? Ci sono settori in cui le regole sono costruite per fare in modo che succeda.

I soldi, che per queste caste sono piovuti letteralmente dal cielo, con una facilità impressionante garantita da un sistema di regole che oggi si può solo definire assurdo, sono finiti. E sono piovuti con una quantità di conseguenze inimmaginabili per il paese, per l’urbanistica del paese ad esempio, la sicurezza idrogeologica, la sicurezza dei lavoratori, ecc..

I soldi o sono finiti, o sono meno di prima, ed è evidente come racconta Feltri che un paese con un minimo di buonsenso proverebbe a ripensare un attimo il futuro, per tutelare tutti, anche le fasce più giovani. Si dovrebbe ragionare in prospettiva. Non accade e non accadrà, perché chi i diritti acquisiti li ha non pensa a chi verrà dopo, se non forse ai propri diretti discendenti, figli e nipoti, che si troveranno eredità tali da non doversi preoccupare nemmeno loro.
Quindi sì, c’è stata la crisi, le cose sono andate male per congiunture internazionali non sempre governabili, o prevedibili, ma di errori ne sono stati fatti tanti, e si continua a farne.

Io lo ammetto, di questi tempi non ho una grande voglia di votare; mi prenderei volentieri qualche anno di pausa dalle urne e dalla politica. Voto il primo che mi fa un decreto concorrenza degno di questo nome. Voto il primo che se ne frega altamente degli scioperi e delle lagne di queste caste e scrive un decreto concorrenza serio, che vada a colpire i diritti acquisiti non più sostenibili di certa gente. C’è qualcuno disposto a farlo?
(Mi sembra di pretendere un po’ troppo se dico che se qualcuno oltre a questo aggiunge una riforma della giustizia altrettanto degna, non so, mi prendo mesi di aspettativa e vado anche a fargli campagna elettorale).

Mozione Renzi ad esempio: la parola concorrenza mi pare ci sia una sola volta, nel capitolo dedicato al sud Italia…

Ancora sul modo in cui i giornali trattano le indagini giudiziarie

La notizia, per chi si occupa di cronaca giudiziaria, è sempre la fase cruenta di un’indagine: la sua apertura, le perquisizioni, le misure cautelari. Il problema è che, in questa fase cruenta, si raccontano le indagini al passato prossimo o all’imperfetto, e non al condizionale. «Pagava», «ha corrotto», «otteneva», «ha costretto», dimenticando di spiegare che tutto quello che fa parte delle indagini preliminari dovrà passare da un processo, prima di diventare un prova. In questa fase si dimenticano il codice di procedura penale, i codici deontologici, i diritti costituzionali, e si raccontano i fatti come certamente avvenuti, commessi da quei soggetti di cui si pubblicano nomi e cognomi e indirizzi di casa (quando va bene), creando un effetto perverso per cui un assolto è sempre un colpevole che l’ha fatta franca. Sui giornali – lo vediamo – finisce di tutto, spesso in violazione di norme che puniscono la pubblicazione degli atti coperti dal segreto e che vengono sostanzialmente disapplicate.
…Le conseguenze di questa incultura giuridica, e di un racconto parziale offerto a un’opinione pubblica incattivita e rancorosa, sono una pena irreversibile anche per l’irresponsabilità di chi ne scrive, che spesso è molto attento alla propria libertà di espressione ma disinteressato ai propri doveri, e ai diritti degli altri. La presunzione di innocenza è un principio costituzionale, così come la libertà di espressione e di informazione, un cardine di quella Costituzione difesa con veemenza militare da molti che invece, quando si tratta di indagini preliminari e di processi, la violano sistematicamente. La prossima volta che qualcuno griderà al bavaglio, perché criticato per avere pubblicato intere paginate di intercettazioni telefoniche o di atti di indagine protetti dal segreto istruttorio, fategli fare un viaggio in Europa.

I diritti degli altri, Andrea Vigani, Left Wing (16/3/2017)

A seguito dell’approvazione (ancora non definitiva) delle norme di riforma del processo penale, con annessa delega al Governo in materia di intercettazioni, si torna a parlarne, spesso con toni sbagliati, come sottolinea Vigani nell’articolo che vi propongo.

Sulla legittima difesa

La legge italiana prevede una disciplina della legittima difesa molto ampia, che consente l’uso della forza e la reazione ogni volta che questa è proporzionata a un pericolo reale e incombente, e afferma esattamente quello che i paladini della giustizia vorrebbero: quando sei in pericolo ti è consentito difenderti. Quello che la disciplina sulla legittima difesa non dice è ciò che nessuna legge al mondo potrà mai dire: sei libero di sparare a chiunque entri nella tua proprietà, in qualunque situazione. Perché questa non sarebbe legittima difesa, ma il diritto a diventare Charles Bronson, un giustiziere della notte.

Left Wing, Andrea Vigani, 10/11/2015

La scissione PD: facciamola il prima possibile

Ecco dove ha fallito negli ultimi anni la generazione che ha gestito il “partito” dagli anni Novanta fino al 2013: ha occupato nominalmente l’area sinistra del partito, senza fare una proposta di sinistra che fosse una, producendo solo appelli sempre più costernati a tornare indietro, a fare come prima.
Il loro modello politico si è evoluto dal bradipo a Terminator. Speravano di “disfare” (nel senso del comando “undo” che c’era sui vecchi Mac) Renzi, di tornare indietro nel tempo, cancellarlo come se non fosse mai accaduto.
Peccato che non ci sia solo Renzi: ci sono i milioni di persone che, per convinzione o per disperazione pur di non votare più gli inetti di prima, hanno chiesto una nuova sinistra. E resteranno (resteremo) anche dopo Renzi, con la stessa voglia di prima di una sinistra diversa e più adatta ai tempi, più capace di capire il mondo del 2017 e lavorare per renderlo più giusto.

Il post lungo di Enrico Sola è arrivato, e qui lo si condivide in pieno. Se vi sta a cuore la sorte non dico nemmeno del PD, ma della sinistra in questo paese, dovete leggerlo.

ᔥ Enrico Sola, “Fa’ che venga la guerra prima che si può – riflessioni su una scissione che forse è altro

E se volete farvi un po’ di sangue amaro, Francesco Costa ha messo insieme le contraddizioni di Bersani e Speranza, più in generale della c.d. minoranza PD.

ᔥ Francesco Costa, “Il fratello gemello di Bersani” e “Vorrei pensarla come Speranza, ma cosa pensa Speranza?

Due mesi fa la minoranza del PD chiedeva il congresso, e Renzi tentennava; ora Renzi dice facciamo ‘sto congresso, e la minoranza non lo vuole più. All’epoca il governo Gentiloni era considerato la soluzione più comoda per Renzi dopo le dimissioni, quindi bisognava fare la faccia cattiva, dirsi delusi e minacciare di farlo cadere; oggi sembra che Renzi voglia votare presto, e quindi è diventato prioritario far sì che Gentiloni rimanga a Palazzo Chigi il più possibile. D’altra parte a Speranza la riforma costituzionale piaceva, prima che decidesse di votare No al referendum; ed Emiliano soltanto a fine gennaio diceva che «se Renzi non convoca il congresso si può perfino arrivare alle carte bollate, quindi prima cominciamo meglio è», addirittura lanciò una campagna online, mentre oggi invece dice che fare il congresso è proprio male.

Liberi tutti di sostenere qualsiasi cosa, per carità: che non si lamentino però se nessuno li prende sul serio, e se più di qualcuno comincia a convincersi che questo spettacolino non abbia niente a che fare con la politica.

Quando il giornalista non ne può più di sentirsi raccontare balle (era ora)

Sta iniziando a capitare spesso, e iniziamo a tenerne traccia.

Primo caso: Tucker Carlson, di Fox News, distrugge in diretta tv un impostore che millanta di possedere un sito per procurare manifestanti politici a pagamento. La notizia è falsa, il nome stesso dell’ospite è falsa, e il giornalista non vuole sentirne…

Questa è una truffa, la sua società non è reale, il vostro sito web è finto, quello che dite sono bugie e tutto quello che state facendo è uno scherzo. Ma mi permetta di cominciare dall’inizio, dal suo nome: Dom Tullipso, che non è il suo vero nome. È un nome falso, abbiamo fatto delle verifiche tramite fonti della polizia e questo nome non esiste. Quindi cominciamo dalla verità. Mi dica qual è il suo vero nome

IlPost.it

Secondo caso: Kellyanne Conway sta parlando alla trasmissione Meet the Press di NBC difendendo il portavoce della Casa Bianca, Bianca Sean Spicer, che ha portato avanti per Trump un attacco alla stampa dichiarando dati falsi sulla partecipazione all’insediamento del nuovo presidente Usa.
Le bugie diventano “fatti alternativi”, e la risposta di Chuck Todd è questa:

I “fatti alternativi” non sono fatti, sono falsità

IlPost.it

Ancora su M5S e Europa

Qui si crede che un minimo di ideale positivo nel Movimento 5 Stelle ci sia. Insomma, non è tutto da buttare, ma la tragedia è che a muovere questo movimento potenzialmente positivo c’è un comico, Beppe Grillo, che ne sta facendo altro, che non ne ha capito le potenzialità e che lo sfrutta ad uso personale e, paradossalmente, in maniera poco trasparente, poco partecipata, poco onesta.

Per questo continuo ad archiviare qui riflessioni e analisi sulla ridicola farsa della scelta del gruppo di appartenenza del M5S in Parlamento europeo. Qui Ezio Mauro su Repubblica:

Questo evidente pasticcio che parla di democrazia e pratica la teocrazia ha portato al capitombolo europeo con la ribellione dei liberali, convinti che la “cheap politics” di Grillo cozzi con tutto il loro armamentario ideale, visto che loro ne hanno uno, a cui tengono. Segue il ritorno a Canossa da Farage, le condizioni umilianti del leader Ukip per riammetterli in casa dalla porta di servizio, la velocità di Di Maio che un minuto dopo il ritorno nel gruppo antieuropeista si dice pronto a votare contro l’euro, senza nemmeno togliersi il vestito liberale che il movimento aveva indossato da due giorni per l’occasione. Ma la brutta figura davanti all’intera Europa non è ciò che conta davvero. Conta l’anomalia del grillismo, rivelata da questa vicenda. Attenzione, non la diversità, benvenuta in un sistema politico stagnante: ma l’anomalia. In sostanza, la strozzatura di un meccanismo chiuso in sé, che come rivela questa storia non è contendibile, prima e suprema condizione della trasparenza, della libertà e della democrazia. Il resto purtroppo è chiacchiera. Tanto che in Europa basta evocare un minimo di cultura liberale per scioglierla come una bolla di sapone.