La battaglia politica della CGIL tramite referendum

Oggi abbiamo la decisione della Corte Costituzionale, quindi possiamo mettere insieme tutti i pezzi della storia. Cgil raccoglie 3,3 milioni di firme, tante, per proporre tre referendum abrogativi:

  1. abolizione delle modifiche all’art. 18 dello statuto dei lavoratori introdotte dal c.d. Jobs act di Renzi;
  2. abolizione totale dei voucher, lo strumento per pagare prestazioni di lavoro saltuarie;
  3. reintroduzione di tutele nei confronti dei lavori esternalizzati da società che lavorano in appalto.

L’ordine di presentazione dei quesiti proposti è esattamente quello di interesse: la battaglia più importante della Cgil è sull’art. 18, poi arrivano i voucher, e del terzo quesito immagino che pochi abbiano mai sentito parlare.

I voucher sono uno strumento perfettibile, ma in principio corretto: hanno permesso a moltissimo lavoro prima pagato in nero di emergere.

Lo sfruttamento di lavoro subordinato non regolarizzato attraverso assunzioni a tempo indeterminato si nasconde nelle partite IVA che molti sono costretti ad aprire pur di lavorare, non nei voucher. La dimostrazione arriva anche dal fatto che Cgil questi voucher li usa.

Il problema è che il popolo delle partite IVA la tessera della Cgil non ce l’ha; il popolo delle aziende con la tutela dell’art. 18 invece si.

Difatti le partite IVA non hanno rappresentanza politica o sindacale, e si vede: il loro problema non viene mai nemmeno lontanamente affrontato.

Soltanto i quesiti su voucher e appalti sono stati approvati, perché non è passato quello sull’art. 18? Semplice, e difatti nessuno si è stupito: il referendum abrogativo è uno strumento che permette di annullare una legge, ma non di riscriverla tramite referendum. Il popolo ha solo diritto, votando in numero tale da rispettare il quorum previsto, di abrogare, cancellare parti di legge: riscrivere le norme è compito del potere legislativo, del Parlamento. Il quesito proposto andava a cambiare la normativa.

Questo la Cgil lo sa benissimo, ma non poteva non usare il tema: senza l’art. 18 infatti non avrebbe raccolto 3,3 milioni di firme: tutte queste persone non avrebbero firmato per voucher e appalti.

Ora Camusso continuerà la battaglia sui licenziamenti, dice, in sede di Corte europea. Per i voucher, sui quali senza il trucchetto del quesito inammissibile sull’art. 18 non avrebbe mai raccolto le firme, si va avanti.

Tutto questo denota un ruolo politico del sindacato assolutamente, a mio parere, inappropriato. L’uso politico dello strumento del referendum sta incidendo difatti, come prima ed evidente conseguenza, sulle prospettive di durata della legislatura.

Perché la politica ha bisogno di un’élite

Estremamente interessante, vi consiglio la lettura di questo articolo, qui l’incipit:

La spiegazione migliore della catastrofe del Movimento Cinque Stelle al Comune di Roma ce l’ha data quasi cent’anni fa il grande filosofo spagnolo José Ortega y Gasset.

«È un errore madornale», scriveva Ortega nel 1922, saltare dal fallimento di un’élite alla conclusione che si possa fare del tutto a meno di qualsiasi élite, in virtù magari di «teorie politiche e storiche che presentano come ideale una società esente di aristocrazia». «Poiché questo è positivamente impossibile», concludeva il filosofo, «la nazione accelera la sua parabola di decadenza».

ᔥ Giovanni Orsina, La Stampa, 22/12/2016
Il Post

Il discorso di Meryl Streep ai Golden Globes 2017

We need the principled press to hold power to account, to call him on the carpet for every outrage. That’s why our founders enshrined the press and its freedoms in the Constitution. So I only ask the famously well-heeled Hollywood Foreign Press and all of us in our community to join me in supporting the Committee to Protect Journalists, because we’re gonna need them going forward, and they’ll need us to safeguard the truth.

The New York Times per la trascrizione completa

Continuerete a farvi raccontare balle, e vi piacerà anche

Perdere non è un problema: che il voto del 4 dicembre non sarebbe stato sul merito del referendum si era capito da tempo, che Renzi aveva commesso errori nella campagna elettorale anche. Che la gente cercava la rissa e un’occasione per mandare a casa il Governo, anche. Francesco Costa l’ha spiegato meglio di come saprei fare io.

È stato difatti impossibile, per quanto anche qui si sia provato a farlo, spiegare il merito della riforma, spiegare che passando non avrebbe stravolto nulla, ma soltanto migliorato leggermente la situazione.

E allora va bene. Massimo D’Alema e Robertino Speranza hanno brindato; con loro il Partito Democratico se la vedrà nel modo più normale possibile, e cioè con un congresso a breve.

Ma il paese? Il paese è in mano a dei cialtroni. E badate, non cialtroni perché non sono io d’accordo con quello che propongono. Cialtroni perché raccontano balle in continuazione, vengono smentiti dai fatti, e si inventano altre balle. Insomma, una colossale ed infinita presa per i fondelli.

Renzi non si dimetterà mai!“. Si è dimesso.

Vedrete, la tirerà lunga, prima di venerdì non si dimette“. Si è dimesso formalmente mercoledì sera.

Vedrete, Mattarella adesso impiegherà una vita a decidere, e comunque deciderà per un Renzi bis“. Mattarella fa le consultazioni in due giorni, sentendo 23 gruppi parlamentari, il giorno successivo affida l’incarico e, sorpresa, non lo affida a Renzi, ma a Gentiloni.

Vogliamo andare a votare subito!“. Questa è la più bella, perché è quella a cui credete di più.
Invece di ripristinare un sistema elettorale già pronto che permetterebbe di andare a votare a gennaio, il mattarellum, il M5S chiede che si vada a votare con la versione corretta dalla Consulta dell’italicum, nella sua decisione del 24 gennaio.

Perché è ridicolo? Per tre motivi.

Il primo è che l’italicum è sempre stato definito dai grillini una legge fascista…

Il secondo è che la Consulta è l’esempio lampante dei poteri della “kasta”, per come ragiona il M5S ovviamente: sapete ad esempio chi ne fa parte? Giuliano Amato. Per dire…

Ma il motivo più grave è che gli iscritti del Movimento 5 Stelle con 8 votazioni e 200.000 voti espressi hanno votato sulla legge elettorale: hanno deciso di volere un proporzionale con le preferenze. Ora hanno degli eletti che spingono ad andare a votare con l’italicum, facendo i calcoli politici che farebbe qualsiasi partito. E ignorando il voto dei propri iscritti. Uno vale uno, w la democrazia diretta, ma poi ragazzi decidiamo noi che sappiamo cosa è meglio, zitti e muti.

Non vogliono andare a votare per avere il vitalizio!“. Il vitalizio è stato abolito nel 2012. Quello che i parlamentari maturano dopo 4 anni e 6 mesi è  il diritto alla pensione con metodo contributivo da prendere a 65 anni, che diventano 60 se le legislature svolte sono due. Ma dai, quanto è liberatorio urlare “mascalzoni!“.

Andremo avanti così, non ho speranze che la situazione migliori. Non ho speranze che la gente inizi a chiedere non le stesse cose che chiedo io, ho votato sì e sono minoranza, va bene, ma almeno a chiedere di non essere presa in giro. Pare anzi che vi piaccia.

Una sola cosa, se proprio volete sostenere questa tesi: Gentiloni non è il quarto Presidente del Consiglio non eletto dal popolo. È almeno il ventottesimo.

E a livello istituzionale, state tranquilli, non sta succedendo nulla di strano ma, pensate un po’, soltanto l’applicazione letterale della Costituzione che avete strenuamente difeso

 

 

Le pari opportunità, la violenza di genere, il sessismo e qualcosa che forse sta prendendo la giusta direzione

Le giornate nazionali di qualsiasi cosa mi lasciano sempre perplessa; giustificano il disinteresse nel resto nell’anno e, siccome per essere politicamente corretti qualcosa bisogna pur dire, provocano un eccesso di analisi fatte solo attraverso i peggiori luoghi comuni disponibili.

Su certi argomenti poi ho spesso timore per le dichiarazioni del livello istituzionale; ripetuti a quel livello i luoghi comuni fanno un po’ più male, perché certificano il fatto che per l’ennesima volta passeremo una giornata a lagnarci, a sentirci coinvolti, ma non cambierà nulla.

Venerdì 25 novembre è stata la giornata internazionale di sensibilizzazione sulla violenza contro le donne; i miei timori riguardavano le dichiarazioni che ovviamente sarebbero arrivare da parte di due donne con ruoli importanti a livelli istituzionali. È andata meglio del previsto.

La prima donna a cui mi riferisco è Laura Boldrini, presidente della Camera da sempre impegnata sui temi del femminismo (da un punto di vista che non condivido).

Boldrini ha pubblicato una serie di commenti violenti e sessisti ricevuti sulla sua pagina Facebook senza oscurare i nomi degli autori.

Post di Laura Boldrini su Facebook

Penso sia stata un’ottima mossa, per un motivo molto banale: tutti noi sappiamo, o dovremmo sapere, che siamo responsabili di ciò che diciamo e scriviamo. Dovremmo sapere che la pagina ufficiale di un personaggio noto su Facebook è pubblica, e che quindi tutti possono leggere i nostri commenti.
Non rendersene conto dimostra un’ignoranza tale da meritare di essere anche esposti nel modo scelto dalla presidente Boldrini.
I commenti pubblicati sono di una violenza inaudita, ed è ora che si capisca che si è liberi di esprimere il proprio pensiero nella misura in cui si è pronti ad esserne pienamente responsabili. Questo aiuta, magari qualcuno ci penserà due volte prima di dare pubblicamente della troia alla presidente della Camera o a qualsiasi donna sui social…

La nota dolente sta nel resto della reazione della Boldrini: rendersi protagonista di una lotta contro i social network per evitare questi comportamenti. Non perché sia sbagliato voler fare qualcosa, ma perché non ha competenza, e rischia di fare danni. Su questo vi lascio, proprio per restare nell’ambito per cui le cose si fanno spiegare a chi ha competenza per farlo, alle parole di Massimo Mantellini.

Le altre dichiarazioni che doverosamente erano attese venerdì erano quelle della ministra Boschi, da cinque mesi titolare della delega alle pari opportunità. Nonostante non abbia mai nei fatti lasciato che la sua formazione cattolica interferisse negli atti di governo, tutte le tematiche legate alle donne sono controverse, vanno a toccare aspetti ed ambiti sui quali non conviene mai esporsi troppo, men che meno a una settimana da un referendum che può determinare fortemente la tua carriera politica.

Sia chiaro: non ho sentito dichiarazioni miracolose o straordinariamente innovative, ma ho sentito un approccio alla problematica che finalmente mi sembra almeno andare nella giusta direzione.

Rischiavamo la banalità, un colpo al cerchio e un colpo alla botte. Qualcosa che spaziasse dalla tutela delle donne rassicurando però quelli preoccupati che la troppa libertà data alle donne possa causare un’incontrollabile ira divina. Insomma, abbiamo avuto un ragionamento semplice, lineare e complessivo (voi direte, il minimo sindacale) quando potevamo avere invece l’ennesimo ministero sulle pari opportunità che si limita alle campagne di comunicazione (magari fatte in stile Lorenzin) ma nulla di più.

Insomma, almeno abbiamo in quadrato il problema.

Capire che quando si parla di donne si parla della società intera e che tutti sono coinvolti è importante.
Finalmente ho sentito parlare della delega ministeriale alle pari opportunità come centro di un coordinamento che deve includere tutti gli altri ministeri e un’azione che deve coinvolgere tutti.
Ho sentito parlare di questione culturale, ho sentito parlare dell’aiuto alle donne vittime e anche agli uomini maltrattanti.
Ho sentito parlare di scuola, di ragazzi, di cultura alla conoscenza e al rispetto reciproco fin dalla prima infanzia.

E ho sentito parlare di dati. Finalmente analisi fatte a partire dai dati, non dagli articoli di giornale e anzi, ho sentito anche preoccupazione per i toni usati dai media nel trattare la questione. Ho sentito parlare di importanza del linguaggio.

Ho sentito anche parlare di soldi stanziati e di confronti con le realtà che operano nel settore. Ripeto, nulla di nuovo, e ci sarà sempre quello che ti dice che i soldi sono pochi, ma davvero apprezzo l’approccio.

La questione femminile ha un senso se presa in quest’ottica, se la violenza contro le donne viene inquadrata nella cornice culturale che l’ha giustificata per una vita, se ci sono dei soldi per aiutare chi se ne occupa e tutte le vittime. Ha senso se ce ne occupiamo tutti e ha senso se per occuparsene si parte da dati oggettivi, e non dalla pancia. Ho sentito venerdì scorso questo approccio da chi ha importanti responsabilità istituzionali, e ne sono contenta.

Update: aggiorno con qualche numero appena diffuso dalla ministra.

Ma si vota il 4 dicembre? Su cosa? Si vota sì o no?

Si vota fra poco per decidere se approvare o meno la riforma costituzionale votata dal Parlamento, e c’è solo da dire per fortuna che manca poco
Però, per quanto sia stata folle la campagna elettorale sia pro che contro, è un voto importante. Oltre al merito della riforma c’è in ballo, a mio parere, una visione del futuro di questo paese sulla quale è responsabile avere un’opinione quanto più informata possibile. Non è insomma uno di quei voti per i quali disinteressarsi oggi e lamentarsi poi…

Per chi ancora non avesse le idee chiare mi permetto di segnalare qualche ultimo link per informarsi e votare consapevolmente.

Queste sono guide dal sito ilpost.it, molto oggettive e chiare, ti serviranno per capire di che stiamo parlando tutti da mesi:

Come immagino sia ormai evidente io voterò sì; se ti va ho scritto questa cosa, che spiega un po’ il referendum e perché voterò sì.

 

 

Cose da leggere sulla società post fattuale

La c.d. società post fattuale sta diventando argomento di riflessione importante, per gli evidenti effetti e conseguenze che porta in ogni ambito. Siccome appunto se ne scrive molto, ho pensato a una soluzione per tener traccia dei tanti contributi interessanti che trovo e leggo, uno Storify.

Per chi non conoscesse lo strumento, si tratta di un sito che permette di creare un elenco organizzato di siti, link, video e insomma, contenuti di ogni tipo.

Quello che quindi sto curando sulla società post fattuale lo trovate qui, e sono gradite segnalazioni.

Sul diritto all’informazione e la società post fattuale

Gli amici dell’associazione Cantù Oggi mi hanno chiesto di scrivere un contributo in tema di diritto all’informazione. Se si può parlare di diritto non solo all’informazione ma alla corretta informazione; sull’impatto che le bufale possono avere fino a diventare forma di discriminazione e cioè di ingiustizia.

Ho accettato, ben consapevole di dover trattare un argomento enorme e complesso, perché credo che il tema sia centrale in questo momento storico, ed è stato estremamente utile mettere parte delle mie riflessioni nero su bianco.

Avevo accennato a questo articolo nel ragionamento sull’elezione di Trump, lo trovate qui.

Temete la deriva autoritaria? Se la riforma la facesse il M5S sarebbe certa

C’è una proposta di riforma costituzionale presentata da Alessandro Di Battista per il Movimento 5 Stelle. In sostanza parliamo del partito che si gioca la possibilità di governare il paese concretamente. Questa proposta è l’esempio perfetto di una riforma che davvero condurrebbe il paese verso una deriva autoritaria. Roba che Boschi e Renzi in confronto sono dei dilettanti.

Il M5S propone parlamentari con vincolo di mandato e senza immunità e una forma di referendum propositivo senza quorum.

Un parlamentare vincolato al mandato non è un rappresentante dei cittadini: è un dipendente del partito o movimento che lo mette in lista. Un voto contrario alla linea del partito ne provoca la decadenza, e significa che non avrà mai un pensiero critico autonomo. Voterà come il capo decide.

Se sbagli vai in galera senza aspettare il voto della tua camera di appartenenza” dice, ma cosa vuol dire? Chi decide chi sbaglia? Funziona come nel caso di Pizzarotti? O come in quello della Muraro? O come Livorno? O come le firme false che non sono false? Decide la Casaleggio e Associati a Milano, società privata non eletta da nessuno? Facciamo un sondaggio online?

E se sono un parlamentare, oltre ad essere costretto a seguire senza mai mettere in dubbio la linea del partito, come vengo tutelato nell’esercizio della mia funzione da inchieste o indagini o accuse false messe in piedi nei miei confronti perché prendo decisioni che sfavoriscono qualcuno?

E che bella poi la democrazia, che bello il referendum propositivo senza quorum. La gente finalmente decide. Dario Ballini spiega su Facebook come funziona

In pochi decidono per tutti, su qualsiasi cosa, come ad esempio un diritto civile. Immaginate l’Italia, con questa legislazione, il giorno dopo l’approvazione delle unioni civili…

Eccola la deriva autoritaria, in casa dei più feroci sostenitori del no. Votate no, andiamo a votare, votate Movimento 5 Stelle, vincono, governano, e vi ritrovate questa riforma. Bravi tutti.