Come ho già avuto modo di sottolineare i referendum del 12 e 13 giugno sono emblematici del modo in cui mai andrebbero fatti dei referendum su temi complessi, e di come lo strumento in sé sia in Italia mal regolamentato.
A una settimana dal voto metto sul tavolo la mia personale opinione con una breve sintesi (spero obiettiva) sui quesiti, iniziando dal primo.
Saranno post lunghi, ma se pensate che votare su questi referendum sia facile e basti solo andare in cabina e leggere la scheda vi sbagliate di grosso (non esiste cittadino consapevole se non si ha voglia di studiare un po’).
Quesito 1 (scheda rossa): c.d. “privatizzazione” dell’acqua (abrogazione articolo 23-bis del decreto Ronchi).
Premessa:
mi baso per quest’analisi e per quella sul quesito n. 2 su un lavoro di studio della normative molto accurato, svolto in un gruppo di lavoro proprio dedicato ai servizi di interesse generale (per il circolo del PD del mio paese. A conferma dell’obiettività del lavoro svolto vedrete che le mie posizioni non sono propriamente identiche a quelle del mio partito di riferimento).
Cos’è il decreto Ronchi?
È il decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, convertito con legge n. 133 del 6 agosto 2008.
Ci viene detto che serve a evitare la privatizzazione dell’acqua: non è vero.
L’acqua resta, così come tutte le infrastrutture, bene demaniale. Quello che viene eventualmente “liberalizzato” (e non privatizzato) è quello che, con estrema sintesi e chiarezza, è stato definito il servizio fornito dall’idraulico, vale a dire la gestione dei servizi idrici.
In che modo?
Non si tratta di un regalo ai privati, ma si tratta di procedure che introducono trasparenza. Viene introdotto un principio secondo il quale l’affidamento del servizio idrico avviene tendenzialmente tramite gara. Sono tre le modalità possibili di affidamento, le conosci?
Opzione 1, affidamento a privato tramite gara.
Questo comunque significa regalare profitti ai privati. Non è vero.
La gara è aperta a tutti, enti pubblici, privati e società miste. Una società pubblica potrà sempre dimostrare che non esistono privati in grado di fornire un servizio migliore a un prezzo più vantaggioso del suo.
Esiste una seconda opzione di affidamento: società mista.
Significa che la gestione può essere svolta da una società che ha un socio pubblico e uno privato che ne detenga almeno il 40%; il socio privato deve essere scelto con gara pubblica. Anche in questo caso nessun regalo al privato, il ruolo di controllo e pianificazione resta sempre al pubblico, al privato si affida solo la gestione.
Terza opzione: controllo totalmente pubblico.
Si può fare, ma non di nascosto. L’affidamento pubblico in questo contesto si chiama “in house”, e il soggetto pubblico può decidere in questo senso. La differenza rispetto al passato è la trasparenza, perchè per farlo l’ente deve dimostrare che non esistono soggetti sul mercato in grado di servire un servizio migliore a un prezzo più vantaggioso, e deve dimostrarlo con una relazione all’Antitrust, la quale fornirà poi un parere non vincolante. Nessuno quindi impedisce una gestione totalmente pubblica, ma si richiede almeno un po’ di trasparenza.
Gli amici degli amici.
Sapete che la famigerata legge Ronchi ha una norma al suo interno che impedisce l’assunzione di parenti fino al quarto grado da parte degli amministratori delle reti idriche? Parentopoli dice niente?
Effetti dell’abrogazione dell’art. 23-bis.
La norme si applica a tutta una serie di servizi di interesse generale, quindi bisogna sapere che se viene abrogata si avranno effetti anche su quelli (esclusi gas, elettricità, ferrovie e farmacie che non rientrano nell’ambito di applicazione del decreto).
Anche se vince il SI si potrà comunque affidare a privati la gestione del servizio idrico: lo sapevi?
A soluzione del vuoto legislativo creato dall’abrogazione secondo la Corte Costituzionale subentrerebbero le norme europee che comunque prevedono affidamenti tramite gara. Per tornare ad un affidamento per legge totalmente pubblico servirà una legge apposita, che violerà le norme europee sulla concorrenza.
Conclusioni:
il referendum si basa su premesse false (la privatizzazione) e anche in quel caso non serve a evitarle, perchè lascia vuoti legislativi tali da permettere comunque l’affidamento a privati.
Come ogni norma è migliorabile, ma le modifiche andrebbero seriamente proposte e approvate in parlamento.
Per proseguire l’analisi vi rimando ai posti sui quesiti 2, 3 e 4.

