Basta una parola e ti fregano, basta una frase interpretabile in più modi, e ti fregano. Ecco, ci stanno fregando.
L’obiettivo dichiarato di questo Governo è il pareggio di bilancio nel 2013 (ci eravamo impegnati a raggiungerlo nel 2014 ma la crisi dei mercati ci ha costretti ad anticipare); i problemi che abbiamo derivano dal debito pubblico estremamente alto (1900+ mld) che abbiamo contratto, ma vediamo di chiarirci un po’ sui termini, ché nessuno di noi è tenuto ad essere un economista e quindi ci tocca studiare un po’.
Cos’è il debito pubblico
Lo Stato sostiene dei costi per mandare avanti la baracca, per garantire servizi ai cittadini, insomma, per sostenersi; per poterli affrontare nel corso degli anni si è indebitato, e su quel debito paga chiaramente degli interessi.
Come si indebita uno Stato? Emettendo dei titoli che ha un disperato bisogno di vendere per, appunto, finanziarsi.
Il debito pubblico è importante anche perché il suo rapporto rispetto al Pil (prodotto interno lordo) è uno dei parametri di Maastricht, e non deve superare il 60% (attualmente in Italia il rapporto è intorno al 120%).
Il problema italiano e la crisi dei mercati
Nel nostro paese fino a un certo punto siamo riusciti a guadagnare più di quanto spendevamo (esclusi gli interessi sul debito, come ci spiega ilpost.it) ma dal 2008 questo non accade più, e non c’è più il c.d. avanzo primario.
Trovandoci in una situazione di crescita praticamente zero e di una spesa pubblica in costante aumento ci siamo infilati in un circolo vizioso, come una famiglia che spende più di quanto guadagna e per farlo si indebita: finisce per lavorare solo per pagare gli interessi, e trovarsi poi sempre soffocata dal debito.
Un po’ come un’impresa che dipende dal credito che gli forniscono le banche (che chiedono garanzie), lo Stato italiano si è trovato ad essere considerato sempre meno affidabile dal punto di vista dei suoi creditori (coloro che comprano i titoli di Stato).
Una banca difficilmente presta soldi a una società amministrata da un uomo che ha la tendenza a disinteressarsi dei conti e del bilancio tra entrate/uscite, e così è successo a noi: in un contesto nel quale gli investitori sono diventati attenti e prudenti a causa della crisi, sono venute a galle tutte le nostre problematiche, e i nostri titoli di Stato faticano ad essere venduti.
Dove ci fregano: come si può ottenere il pareggio di bilancio
Ora, da queste righe introduttive abbiamo capito come ci siamo indebitati e che abbiamo la necessità, dice il Governo e così ci chiede l’Europa, di arrivare al pareggio di bilancio: ma di cosa si tratta?
Ricapitoliamo: lo Stato spende più di quanto guadagna, ed è arrivato al punto di non riuscire più a sostenere il debito (e i relativi interessi), cosa deve ragionevolmente fare per arrivare al pareggio di bilancio? Aumentare le entrate e diminuire le uscite, regole base di qualsiasi gestione, inizio a spendere meno e cerco di guadagnare di più.
Cosa sta facendo invece il governo?
Per arrivare al pareggio di bilancio aumenta le tasse, più o meno a chiunque, in maniera indiscriminata, per trovare i soldi che servono.
Ma è ovvio da quanto abbiamo detto che questa non è la strada: il bilancio di uno Stato è la rappresentazione di quanto costa il settore pubblico; se questo bilancio non è in pareggio certo, posso ricapitalizzare in continuazione chiedendo sempre più tasse, ma non è la cosa più logica.
La cosa più logica, la soluzione a lungo termine, è riorganizzare quel settore pubblico la cui gestione produce debito!
È una soluzione definitiva, perché vuol dire ristrutturare e razionalizzare la spesa, fare in modo che non sia più eccessiva e insostenibile non solo una tantum ma per il futuro. Vuol dire tassare le persone per offrire loro servizi di qualità, e non per mantenere il carrozzone.
Ora, che i politici non lo capiscano è assurdo, ma che non lo capiamo nemmeno noi, che siamo quelli che pagano, è francamente incredibile.
Se è così facile perché nessuno lo fa?
Perché bisogna scontentare molte lobbies, molti interessi, molti potentati, molte caste (quella politica è solo la punta dell’iceberg).
Perché è necessario andare a toccare i privilegi di molte professioni, di molte poltrone che gestiscono i servizi in questo paese; perché spesso questi personaggi da scontentare non sono chissà chi, sono cittadini, imprenditori, liberi professionisti che vanno a votare, e nessuno vuole scontentarli.
Perché bisogna parlare di liberalizzazioni e privatizzazioni, ma gli italiani a domanda diretta hanno risposto che tutto deve restare pubblico: questo significa che la classe dirigente dovrebbe fare scelte impopolari, che è poi il vero nodo di una democrazia rappresentativa.
Non dovremmo avere una classe dirigente che cerca di accontentarci tentando di rappresentarci anche se questo ci porta alla rovina, ne dovremmo avere una in grado di essere lungimirante, di fare anche scelte impopolari.
Cosa succede ora?
In questo quadro francamente scoraggiante c’è poca roba, solo un Governo che punta alla sopravvivenza (propria, anche a discapito del futuro del paese).
A settembre toccherà approvare una manovra correttiva, quello che si può fare è sostenere a gran voce e con grande forza le proposte che le opposizioni sapranno fare per rendere la manovra in discussione e che è in gazzetta ufficiale già oggi meno ingiusta, inutile e dannosa.
A oggi c’è un mare di dichiarazioni ma, di concreto, qualche proposta del Pd, pubblicata sul sito ufficiale: parliamone, discutiamone, vediamo cosa c’è di buono (è online da poco ma c’è ad esempio un’idea di prelievo una tantum sui capitali scudati che almeno ripristina un minimo di equità e va a colpire chi nel passato ha guadagnato in modo disonesto).
Etica
Si è arrivati a questa situazione catastrofica in anni di gestione immorale della cosa pubblica; anni di dirigenza irresponsabile che, in totale connivenza con una parte della società civile, ha pensato non al futuro e al bene del paese ma solo ai propri interessi.
Le crisi economiche ci sono sempre state, e questo capitalismo le ha rese cicliche e sempre più frequenti, ma ci sono diversi modi di superarle, e il contesto che ho appena descritto è quello ideale per portare allo sfascio, e non per superarle.
Come ho detto oggi commentando un post su Google+ (molto interessante) sarebbe il caso di iniziare a pensare non più solo al nostro orticello, ma al paese, ma questa riflessione è l’inizio di un nuovo post…

