Sulla relazione malata tra inquirenti, procure e redazioni giornalistiche

La seconda cosa è che la rivelazione sull’ufficiale Scafarto svela l’eccezionale e acritica dipendenza dell’informazione giornalistica italiana dalle fonti “inquirenti”, ovvero da parti in causa nelle conduzioni delle inchieste, che siano gli uffici dell’accusa o gli organi di polizia a questi legati. La “polpetta avvelenata” di Scafarto (cito ancora Bonini) è stata digerita di buon grado e con appetito: è comprensibile che una fonte “ufficiale” sia presa in grande considerazione dalla cronaca giudiziaria, ma come sappiamo in Italia non esiste nessuna abitudine a indagini giornalistiche accessorie, a una misura di dubbio, a una prudenza scettica. È vero, come indicano con insistenza Bonini e Repubblica, che il primo entusiasta propalatore della versione dell’accusa su Consip è stato il Fatto – e figuriamoci -, ma non mi pare che ci siano stati grandi diffidenze sugli altri giornali: ed è interessante che lo svelamento della falsificazione sia arrivata – nel giorno dei Pulitzer – da un’altra autorità giudiziaria, e non da un’indagine giornalistica. Sarebbe bello pensare che la lezione suggerisca d’ora in poi un atteggiamento meno disciplinato da parte della gran parte dei media nei confronti delle strumentali “rivelazioni” di chi sostiene l’accusa, e generi una riflessione su quante volte gli stessi media si siano fatti strumento di grande duttilità nelle mani di obiettivi non limpidissimi, diciamo.

Luca Sofri (11/04/2017) in merito alle notizie sulle intercettazioni manipolate dell’inchiesta Consip

Ancora sul modo in cui i giornali trattano le indagini giudiziarie

La notizia, per chi si occupa di cronaca giudiziaria, è sempre la fase cruenta di un’indagine: la sua apertura, le perquisizioni, le misure cautelari. Il problema è che, in questa fase cruenta, si raccontano le indagini al passato prossimo o all’imperfetto, e non al condizionale. «Pagava», «ha corrotto», «otteneva», «ha costretto», dimenticando di spiegare che tutto quello che fa parte delle indagini preliminari dovrà passare da un processo, prima di diventare un prova. In questa fase si dimenticano il codice di procedura penale, i codici deontologici, i diritti costituzionali, e si raccontano i fatti come certamente avvenuti, commessi da quei soggetti di cui si pubblicano nomi e cognomi e indirizzi di casa (quando va bene), creando un effetto perverso per cui un assolto è sempre un colpevole che l’ha fatta franca. Sui giornali – lo vediamo – finisce di tutto, spesso in violazione di norme che puniscono la pubblicazione degli atti coperti dal segreto e che vengono sostanzialmente disapplicate.
…Le conseguenze di questa incultura giuridica, e di un racconto parziale offerto a un’opinione pubblica incattivita e rancorosa, sono una pena irreversibile anche per l’irresponsabilità di chi ne scrive, che spesso è molto attento alla propria libertà di espressione ma disinteressato ai propri doveri, e ai diritti degli altri. La presunzione di innocenza è un principio costituzionale, così come la libertà di espressione e di informazione, un cardine di quella Costituzione difesa con veemenza militare da molti che invece, quando si tratta di indagini preliminari e di processi, la violano sistematicamente. La prossima volta che qualcuno griderà al bavaglio, perché criticato per avere pubblicato intere paginate di intercettazioni telefoniche o di atti di indagine protetti dal segreto istruttorio, fategli fare un viaggio in Europa.

I diritti degli altri, Andrea Vigani, Left Wing (16/3/2017)

A seguito dell’approvazione (ancora non definitiva) delle norme di riforma del processo penale, con annessa delega al Governo in materia di intercettazioni, si torna a parlarne, spesso con toni sbagliati, come sottolinea Vigani nell’articolo che vi propongo.

L’evoluzione del processo mediatico: il tribunale popolare

Ho già sostenuto, in un pezzo che ho linkato anche qui, come sia in atto una vera e propria trasformazione del sistema giudiziario, di come il processo non abbia più l’obiettivo di stabilire la verità sulla base dei fatti, ma di validare la prima impressione che l’opinione pubblica si è creata sui fatti, o quella che i media hanno avuto per qualche motivo interesse a sostenere.

Vi consiglio di leggere questo pezzo dal blog “la versione di chamberlain”, parla della sparata di Grillo di istituire tribunali popolari.

In fondo, cosa c’è di più democratico e rassicurante di una società in cui tutti sono controllori di tutti, nessuno può nascondere niente e tutti possono essere sottoposti in qualsiasi momento alla fonte battesimale del giudizio del popolo

Sul diritto all’informazione e la società post fattuale

Gli amici dell’associazione Cantù Oggi mi hanno chiesto di scrivere un contributo in tema di diritto all’informazione. Se si può parlare di diritto non solo all’informazione ma alla corretta informazione; sull’impatto che le bufale possono avere fino a diventare forma di discriminazione e cioè di ingiustizia.

Ho accettato, ben consapevole di dover trattare un argomento enorme e complesso, perché credo che il tema sia centrale in questo momento storico, ed è stato estremamente utile mettere parte delle mie riflessioni nero su bianco.

Avevo accennato a questo articolo nel ragionamento sull’elezione di Trump, lo trovate qui.