Il mio voto per un serio decreto concorrenza

“Per la Fondazione Visentini la soluzione sarebbe un patto fiscale, e cioè genitori e nonni, che godono o godranno (forse) delle pensioni più generose, rinunciano a qualcosa per finanziare agevolazioni a chi assume i ragazzi, e le pensioni di domani. Il problema è il solito: ognuno di noi, ognuna delle nostre categorie, delle nostre piccole caste deve mettersi in testa che i diritti acquisiti non esistono. Esistono finché ci sono i soldi, e quando i soldi finiscono diventano patacche, diventano parassitario privilegio, il nostro personalissimo vitalizio. Quelli dei politici, i pochi vitalizi che resistono, rimangono perché la Corte costituzionale (difendendo i propri) li ha definiti così: diritti acquisiti. Ma suona meglio delitti acquisiti.”

Mattia Feltri, La Stampa (23/3/2017)

Questa è la conclusione del Buongiorno di oggi. Parte da una ricerca della Fondazione Visentiti sull’incapacità per i giovani di raggiungere l’indipendenza economica in tempi brevi, dato ovvio se si considerano i tassi di occupazione.

L’argomento è uno di quelli che particolarmente mi sta a cuore, perché faccio parte di quella generazione di 30enni che deve fare i conti con una politica che anni fa non li ha minimamente considerati, e che oggi fatica ancora a trovare soluzioni utili.

Feltri si riferisce in chiusura alla casta dei politici, e come biasimarlo, hanno responsabilità legislativa, quindi colpa, e diritti acquisiti noti a tutti. Il problema è che le caste che dovrebbero fare i conti con la questione dei diritti acquisiti sono tante; una marea di professioni per anni tutelate, garantite, protette da ogni forma di concorrenza che hanno permesso a un sacco di professionisti di costruirsi posizioni che si potrebbero tranquillamente definire di rendita vitalizia.
Per capirci, sono quelle persone che vanno in giro a dire che i ragazzi di oggi non hanno voglia, non sanno costruirsi un futuro come fecero loro ai tempi. Eccoli, sono proprio loro, che con la strenua difesa dei loro diritti acquisiti sono parte del problema.

La resistenza di queste caste (appoggiate spesso da grossi gruppi sindacali o comunque organizzate in forma di lobby) a quella che potrebbe essere non dico una rinuncia totale, ma almeno una revisione dei diritti acquisiti, è una delle cause per cui la crisi nel nostro paese dura di più, ed è il motivo per cui i problemi strutturali italiani non vedono soluzione.
È uno dei motivi per cui i dipendenti vedono i loro stipendi scendere, e in certi settori la concorrenza non esiste. Secondo voi è normale cambiare lavoro per guadagnare meno? Ci sono settori in cui le regole sono costruite per fare in modo che succeda.

I soldi, che per queste caste sono piovuti letteralmente dal cielo, con una facilità impressionante garantita da un sistema di regole che oggi si può solo definire assurdo, sono finiti. E sono piovuti con una quantità di conseguenze inimmaginabili per il paese, per l’urbanistica del paese ad esempio, la sicurezza idrogeologica, la sicurezza dei lavoratori, ecc..

I soldi o sono finiti, o sono meno di prima, ed è evidente come racconta Feltri che un paese con un minimo di buonsenso proverebbe a ripensare un attimo il futuro, per tutelare tutti, anche le fasce più giovani. Si dovrebbe ragionare in prospettiva. Non accade e non accadrà, perché chi i diritti acquisiti li ha non pensa a chi verrà dopo, se non forse ai propri diretti discendenti, figli e nipoti, che si troveranno eredità tali da non doversi preoccupare nemmeno loro.
Quindi sì, c’è stata la crisi, le cose sono andate male per congiunture internazionali non sempre governabili, o prevedibili, ma di errori ne sono stati fatti tanti, e si continua a farne.

Io lo ammetto, di questi tempi non ho una grande voglia di votare; mi prenderei volentieri qualche anno di pausa dalle urne e dalla politica. Voto il primo che mi fa un decreto concorrenza degno di questo nome. Voto il primo che se ne frega altamente degli scioperi e delle lagne di queste caste e scrive un decreto concorrenza serio, che vada a colpire i diritti acquisiti non più sostenibili di certa gente. C’è qualcuno disposto a farlo?
(Mi sembra di pretendere un po’ troppo se dico che se qualcuno oltre a questo aggiunge una riforma della giustizia altrettanto degna, non so, mi prendo mesi di aspettativa e vado anche a fargli campagna elettorale).

Mozione Renzi ad esempio: la parola concorrenza mi pare ci sia una sola volta, nel capitolo dedicato al sud Italia…

La battaglia politica della CGIL tramite referendum

Oggi abbiamo la decisione della Corte Costituzionale, quindi possiamo mettere insieme tutti i pezzi della storia. Cgil raccoglie 3,3 milioni di firme, tante, per proporre tre referendum abrogativi:

  1. abolizione delle modifiche all’art. 18 dello statuto dei lavoratori introdotte dal c.d. Jobs act di Renzi;
  2. abolizione totale dei voucher, lo strumento per pagare prestazioni di lavoro saltuarie;
  3. reintroduzione di tutele nei confronti dei lavori esternalizzati da società che lavorano in appalto.

L’ordine di presentazione dei quesiti proposti è esattamente quello di interesse: la battaglia più importante della Cgil è sull’art. 18, poi arrivano i voucher, e del terzo quesito immagino che pochi abbiano mai sentito parlare.

I voucher sono uno strumento perfettibile, ma in principio corretto: hanno permesso a moltissimo lavoro prima pagato in nero di emergere.

Lo sfruttamento di lavoro subordinato non regolarizzato attraverso assunzioni a tempo indeterminato si nasconde nelle partite IVA che molti sono costretti ad aprire pur di lavorare, non nei voucher. La dimostrazione arriva anche dal fatto che Cgil questi voucher li usa.

Il problema è che il popolo delle partite IVA la tessera della Cgil non ce l’ha; il popolo delle aziende con la tutela dell’art. 18 invece si.

Difatti le partite IVA non hanno rappresentanza politica o sindacale, e si vede: il loro problema non viene mai nemmeno lontanamente affrontato.

Soltanto i quesiti su voucher e appalti sono stati approvati, perché non è passato quello sull’art. 18? Semplice, e difatti nessuno si è stupito: il referendum abrogativo è uno strumento che permette di annullare una legge, ma non di riscriverla tramite referendum. Il popolo ha solo diritto, votando in numero tale da rispettare il quorum previsto, di abrogare, cancellare parti di legge: riscrivere le norme è compito del potere legislativo, del Parlamento. Il quesito proposto andava a cambiare la normativa.

Questo la Cgil lo sa benissimo, ma non poteva non usare il tema: senza l’art. 18 infatti non avrebbe raccolto 3,3 milioni di firme: tutte queste persone non avrebbero firmato per voucher e appalti.

Ora Camusso continuerà la battaglia sui licenziamenti, dice, in sede di Corte europea. Per i voucher, sui quali senza il trucchetto del quesito inammissibile sull’art. 18 non avrebbe mai raccolto le firme, si va avanti.

Tutto questo denota un ruolo politico del sindacato assolutamente, a mio parere, inappropriato. L’uso politico dello strumento del referendum sta incidendo difatti, come prima ed evidente conseguenza, sulle prospettive di durata della legislatura.